LIBERA UNIVERSITA' POPOLARE "ALFREDO BICCHIERINI" LIVORNO

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storia di Livorno

Storia della Città

Introduzione

Città giovane, Livorno, nata alla fine del Cinquecento, eppure carica di miti e leggende, di magie e romantici amori, imprese “piratesche” e ratti di fanciulle, ma questa città è tra le più gloriose negli anni
del Risorgimento, rimossa dai libri di storia per volere di Bettino Ricasoli quando divenne capo del governo nell’Italia unita. Motivo, la sua presenza nell’accampamento austriaco nel corso delle gloriose giornate del 1849, quando Livorno, unica realtà in Toscana a resistere dopo il ritorno dei Granduchi di Lorena, venne attaccata dalla Seconda Armata, oltre 15.000 soldati, comandata dal generale D’Aspre. Il futuro presidente del consiglio si trovava al fianco degli invasori in qualità di “assistente”, rappresentante dei Granduchi riportati sul trono dalle baionette del mortale nemico dell’Italia unita in Nazione. Per due giorni i patrioti livornesi, tra i quali molti “masianello”, popolani armati di schioppi, qualche pistola e pugnali, riuscirono a respingere gli assalti del potente esercito che con i suoi cannoni bombardava la città. Una resistenza impavida, ma le forze in campo erano chiaramente impari, quindi ci fu l’irruzione dei “Tirolesi” che trovarono una resistenza accanita nelle strade, nelle piazze e dalle finestre delle case. Tutto fu inutile, i nemici dilagarono isolando le sacche di accanita resistenza e dettero il via alla violenza, agli stupri e al sacco finale che costò la vita a duemila cittadini, tra i quali, anche un eroico prete, anch’egli “carbonaro”, sostenitore della Repubblica Toscana. Sconfitti, ma non domi, i livornesi, quando Mazzini, nel 1857 predispose una insurrezione articolata che fallì, mentre Pisacane sbarcava a Sapri per morire con i suoi “trecento giovani e forti”, insorsero ancora, ma non era ancora giunto il tempo della riscossa, anche se era alle porte e in una giornata di combattimenti 16 citaddini livornesi persero la vita, sette fucilati seduta stante dopo la cattura avvnuta quando finirono le munizioni.
Eppure, nonostante i colpi ricevuti, la città rimase il rifugio preferito del fuggiasco Giuseppe Garibaldi. L’Eroe dei due mondi arrivava nel quartiere della Venezia di notte, a bordo di una barca e scendeva a terra nella zona della Tura, laddove i calafati costruivano i navicelli e, ombra fra le ombre della notte, entrava nella casa dei fratelli Jacopo e Andrea Sgarallino, sul Viale Caprera adove riuniva i suoi fidi, preparando nuove imprese. In questo quartiere caratteristico venne fondata la “Mano nera”, un’associazione di “disobbedienti” che compivano attentati e punivano gli invasori colpendoli quando meno se lo aspettavano. Quello dei livornesi era un carattere fiero ed orgoglioso, dominato da forte generosità, altruismo senza riserve, una incredibile impulsività e una vis sarcastica e dissacrante di incredibile immediatezza. Il livornese non appartiene alla tipologia dell’uomo toscano, ma è il frutto di una fusione incredibile di razze. E’ dotato ancora oggi di una mente mai dimentica dei torti subiti, anche se raramente ha fatto ricorso alla vendetta. Salvo colpire chi opera violenze gratuite, in particolare quelle politiche o di parte nemica in caso di guerra. Esempio quanto accaduto dopo la battaglia per la difesa di Livorno nel 1849. Dopo l’Unità d’Italia, arrivò in visita a Livorno l’aiutante del generale D’Aspre, conte Folliot de Crenneville, nome francese, ma nobiltà austriaca. Dai giornali dell’epoca si seppe che il superbo occupante di ieri, avrebbe atteso l’imbarco sul molo della Darsena Vecchia, proprio dove sorge il celebre monumento a Ferdinando I e ai “Quattro Mori”. Lì si compì la vendetta di un gruppo di patrioti che uccisero il console austriaco e resero invalido per tutta la vita il colpevole del sacco di Livorno, perché ad essi sembrava che la morte non ripagasse a sufficienza i torti subiti dalla città ad opera del “proconsole” austriaco.absburgico. Vittorio Emanuele II, preoccupato dei buoni rapporti allora esistenti fra Italia e Austria, volle processare il gruppo di patrioti sospettati di questo atto, ma l’opinione pubblica insorse, Garibaldi stesso fece il suo ingresso in corte d’assise a difendere le sue “camicie rosse” e i giudici mandarono assolti gli imputati .Questa è sempre stata città “sovversiva” a causa del suo amore per la libertà, sintetizzato a perfezione in un’antica canzone dal titolo “Marinaresca”, un testo dell’Ottocento rielaborato dal maestro Giuseppe Rapallo Cianetti che dice: “Noi siamo livornesi, veri repubbli’ani. Lo sà anche ‘r Cipriani (delegato di polizia al servizio degli austriaci) , che poi si sa pugnà. Ci semo nella rete pe’ colpa de’ signori; a questi traditori li si farà vedé. Noi siamo livornesi, a prenderci c’è l’osso, viva il berretto rosso, viva la libertà. E se trionfa la tirolese, l’albero livornese non anderà mai giù!”
Livorno, porto del Granducato di Toscana, fondata dalla famiglia più potente del Rinascimento, i Medici, nacque per loro volere alla fine del Cinquecento. Ideata dal Granduca Cosimo e realizzata dal nipote Ferdinando che decise di trasformare il modesto villaggio di poche centinaia di abitanti, pescatori e contadini, in una piazza mercantile cosmopolita. La Darsena del villaggio era protetta da alcune fortificazioni che si trasformarono successivamente in Fortezza ad opera dei Pisani, padroni dell’antico borgo, al cui centro si ergeva in stile normanno, il Mastio di Matilde, la duchessa davanti al cui castello si era umiliato l’imperatore Federico Barbarossa per impetrare il perdono del Papa. Nel 1303 i Pisani costruirono anche il Faro all’imboccatura del porto, una delle più belle costruzioni del genere in senso assoluto.
Dopo l’acquisto del villaggio da parte dei Medici che pagarono in monete d’oro, i Granduchi fondarono la città porto e con lettere patenti, dette poi “Leggi Livornine”, decisero notevoli provvedimenti straordinati di carattere assai “liberale” che concedevano autentici privilegi a chi avesse scelto Livorno quale sede dove svolgere le propria attività o per lavorare, diventandone cittadini. Le lettere patenti annullavano tasse, debiti ed insolvenze, cancellando qualsiasi trascorso penale, concedendo la più alta libertà di culto, dimostrata dai templi, ancora esistenti di numerose religioni. Queste concessioni, accompagnate dalla libertà dei costumi e di pensiero, trasformarono la città nascente in un luogo davvero speciale dove ricominciare daccapo una nuova esistenza. Verso la metà dei Seicento, Livorno era davvero la “città ideale” e a dimostrarlo fu la sua forte espansione urbana e mercantile. Animata da una umanità dalle fogge e dalle tradizioni più diverse: quelle levantine di ebrei, armeni, greci, mussulmani, quelle iberiche di spagnoli e portoghesi, genti del Nord, francesi, olandesi, inglesi, tedeschi e persino russi, per non parlare delle colonie di napoletani, genovesi e veneziani, Livorno divenne una entità urbana cosmopolita dove qualsiasi pensiero liberale avrebbe attecchito facilmente, come accadde nel Settecento, quando venne considerata la città della cultura dei liberi pensatori, dove si pubblicò la prima edizione dell’Encyclopédie e Beccaria pubblicò il suo “Dei delitti e delle pene” un atto di accusa alla pena di morte.
Ad allietare lo spirito, immergendolo in una atmosfera in cui la nota dominante era quella orientale, non erano solo le continue contrattazioni che si svolgevano apertamente nelle darsene e nelle bettole, ma la varietà dei colori degli abiti e della pelle, i suoni, gli odori ad ogni angolo di questo originale “souk” che si estendeva fino ai vicoli più remoti della città.
Un agglomerato urbano dove si cucinava nelle case, sulle strade, en plein aire, o in baracche distribuite un po’ dovunque, ma addensate nel quartiere della Livorno vecchia, a ridosso delle darsene, autentico angiporto dall’incredibile animazione. Il passaggio e l’integrazione di popolazioni così diverse ha finito per lasciare profonde tracce nei costumi, nel linguaggio, nelle abitudini dei livornesi, nella stessa cucina, tipicamente “povera”, ma carica di odori e di sapori pungenti, come delle leggende, inevitabili in una realtà urbana che gli uomini di quei tempi definivano come la “Ricca Città delle Nazioni”, ma che in realtà tra le sue “fasce sociali” aveva anche pirati e galeotti, mentre nelle baie nascoste tra le sue scogliere trovavano rifugio i legni saraceni pronti ad arrembare i ricchi mercantili provenienti dall’intero bacino mediterraneo, ma anche dal Nord, attraverso le antiche Colonne d’Ercole.
Il porto continuò ad espandersi e con esso la città, i suoi traffici crebbero costantemente a impetuosamente e per razionalizzarne il trasporto da o verso il porto dai fondaci sparsi nella città vecchia, i Granduchi decisero di costruire un nuovo quartiere, la Venezia Nuova, realizzata in breve tempo al centro di un autentico labirinto di canali (i “fossi” medicei), splendide “vie d’acqua” simili a quelle della Serenissima, da qui il nome, sulle cui sponde furono realizzati i magazzini, chiamati le “cantine”, enormi locali costruiti sotto la città, dove venivano custodite le merci giunte o trasportate ai legni ormeggiati nelle darsene. Questo lavoro veniva compiuto con i navicelli, enormi barconi neri guidati da un solo uomo che usava una lunga pertica per spingere la massiccia, pesante, imbarcazione, chiara dimostrazione della giustezza di quanto affermo Archimede con il suo “Datemi una leva e solleverò il mondo”.
La Venezia Nuova divenne ben presto il gioiello architettonico di pregio della città. Un angiporto di lusso con palazzi principeschi, strade e ponti marmorei, un incessante afflusso e deflusso di genti e di merci, grazie al Porto Franco, una concessione che affrancando le merci dalle tasse, trasformò il porto della Toscana nell’autentico emporio del Mediterraneo e nel contempo, attraverso le leggi libertarie assegnate alla città, in una concentrazione cosmopolita e culturale, senza eguali nell’Italia dei due suoi secoli di splendore, il Seicento e il Settecento.
La crisi arrivò con la cancellazione di questo status da parte della monarchia sabauda e ciò rese ancora più repubblicani e sovversivi i livornesi. Lo stesso fascismo che anche a Livorno vide “adunate di massa”, ebbe avversari irriducibili e se il regime dette alla città l’ospedale e la Terrazza Mascagni, la ristrutturazione del centro storico distrusse le maggiori testimonianze del cosmopolismo di una Livorno irripetibile, forse unica nell’Europa di quei secoli. Un esempio ci viene dalla situazione degli Ebrei venuti dal Levante, ma anche dalla Spagna (i Sefarditi), quando l’Inquisizione li cacciò dalle loro case e dalle città in cui avevano vissuto per generazioni. A Livorno essi non vivevano in un ghetto, ma dovunque avessero voluto abitare, lo abbiamo già detto e ci piace ripeterlo con fierezza e da questa condizione scaturì una integrazione, anche questa probabilmente unica, nonostante la Comunità, rimanesse espressione di usi, costumi e tradizioni da conservare gelosamente.
La seconda guerra mondiale spazzò via il 70% dell’agglomerato urbano e preziose testimonianze di una città unica nel nostro Paese, scomparvero nel rogo provocato dalle bombe. Il resto lo avevano già fatto le varie “bonifiche” precedenti alla guerra, ma anche la ricostruzione non fu da meno. Fortunatamente, si è compreso l’enorme valore della testimonianza storico architettonica di quanto è rimasto e qualsiasi ristrutturazione viene oggi compiuta salvaguardando quelli che vengono chiamati giustamente “Beni Culturali”.

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